Cara dottoressa B., io, Andrea G. Pinketts mi permetto di presentarmi: sono il folle inventore della letteratura tragicomica. Da sempre ho desiderato conoscerla in un modo più personale, direi anche un po’ più intimo. Ma, se lei non fosse circondata dall’alone algido, come potrei permettermi una frase di questo genere? Quindi le chiedo scusa, lei mi intimidisce e mi vieta di scrivere “a briglia sciolta”. È una serata di una Luna piena e tutti sanno quanto questo satellite influisca sulla nostra mente, creando personaggi che ci sfuggono perché non esistono se non nella nostra fantasia, nei nostri incubi, aggiungo che io esisto e credo che sentirà ancora parlare di me. Il primo racconto di questo libro narra di un accalappianani, personaggio curioso, con una inclinazione pericolosa: il male, il terrore, la paura. Per fortuna è un personaggio inventato. Ma, come lei sa, il male ha sempre un’insistenza negativa sulla nostra psiche. Ecco, siamo al punto, peggio di così non si può. Nina è una creatura ibrida, è una nana. La vita è strana, talmente ingenerosa da strappare a Nina le ali metaforiche della sua mente e dei suoi sentimenti, perché non ha sentimenti: né amore, né simpatie, né antipatie, né collere, nulla che abbia a che fare con il cuore. Ma vagamente si è resa conto del vuoto nel quale galleggia come chi non sa nuotare, ma si arrabatta a farlo, incurante dei pericoli. Così occhieggia e punta un bar salotto in via Montenapoleone, il bar si chiama Il Cova, ed è frequentato da signore della Milano bene che prendono il tè avvolte da effluvi di Coco Chanel, Armani, per le più aggiornate, Dolce e Gabbana. La nana non si accorge di nulla, purché non incontri l’accalappianani. Incontra invece un uomo belloccio, forte, aitante: si chiama Achille, senza alcun riferimento. Lui osserva incuriosito questo briciolo di donna, che beve rhum come fosse Coca Cola, tentenna, ma allora osa, lei lo guarda a sua volta insicura e non è in grado di capire il perché del corteggiamento di questo bellissimo ragazzo. Inizia così una collaborazione, chiamiamola collaborazione, che col mistero dell’accalappianani crea due imprenditori di successo dove gli affari veleggiano e fanno un sacco di soldi. Una carta, una quota degli affari vanno in un impero ignoto. È in agguato l’uomo. È un ometto sempre più piccolo, fino a ridurlo a un mucchietto di polvere grigia. Favola metapsichica. Questa è opera dell’accalappianani che ha agito su Achille. Achille rimpicciolisce sempre di più e rimane un mucchietto di polvere grigia. Favola metapsichica. Nina, priva del suo non corteggiatore, non il suo compagno, l’uomo che con lei passeggiava, deve ricorrere al suo beveraggio preferito, il rhum. Ne beve uno, raddoppia, triplica i suoi Negroni. Nina è rimasta ancora sola, ha destato l’interesse di un altro uomo, belloccio e superdotato, che è incuriosito della sua solitudine e dei suoi numerosi Negroni. Si avvicina, non si accorge che non è nana, del resto nemmeno lei sa di esserlo, inizia così un corteggiamento fatto di silenzio e di lunghe passeggiate così lei, attraverso questi lunghi silenzi, scopre il nome del suo ostinato corteggiatore: si chiama Paride. Inizia una liason scombinata e fisicamente disarmonica: il lungo e il corto. Ma, durante un pomeriggio silenzioso, nasce un corto circuito che porterà da una liason a una liason breve, ma intensa, del resto finisce sempre così. Nina porta nella sua casa Paride e lo “conobbe”, non in senso biblico: le virtù amatorie del suo cavaliere sono più che soddisfacenti, anche perché Nina, passati i quarant’anni, non conosce l’amore fisico, del resto non conosce nemmeno il significato della parola amore. Giace con lui ed è in estasi, ma non vuol conoscere quel tipo di amplesso, si abbandona convinta che l’uomo che le sta nel letto rimanga sempre accanto a lei e le dia sempre quei fremiti di cui sentiva il bisogno. Ebbe paura che quella specie di amore fosse dovuta all’incantamento dell’accalappianani. Non poteva più rinunciare a quel calore che invadeva il suo corpo minuscolo con particolare riferimento alle parti di cui non aveva mai supposto che la loro funzione fosse diversa da quella di natura idraulica. Non poteva permettersi di perderlo, quello che gli uomini comuni chiamano amore: ma quando mai? Nina, mentre Paride dorme il sonno del giusto, apre la sua finestra, sale al piano superiore e cerca fra i vari utensili che ha rubato nelle case, in tanti anni di solitudine e di vizi solitari; apre un cassetto e ne toglie un rasoio. Scende, lo guarda, e gli taglia la giugulare. Nina ride, era felice di tutto quel rosso dolciastro che si rivelava, poi si ripulì e andò a rinnovare subito il rito giornaliero, ovvero il bar Cova, dove il Negroni la stava aspettando, e mi pesa la lunga attesa (Puccini). Dottoressa B., la vedo impallidita. Non si impressioni, è solo il frutto di un pomeriggio noioso, ma fruttifero. Conclusione: manca una conclusione, ma manca sempre nelle storie d’amore. Amor ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte che, come vedi, ancor non m’abbandona (Dante) P.S.: l’accalappianani è un capriccio della mia fantasia e mi appaga. Per i posteri: tranquilli, gli altri racconti sono meno allucinanti. Poco, pochino, pochino.


